ARTE E "CONTORNI"

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sabato 21 aprile 2007

L'OGIVA © 2002 - Racconto di Daniele Cavalera

Sangue dappertutto…
C’è una vasta chiazza sul letto privato di coltri.
E un corpo ceruleo è disteso sul materasso, con un accappatoio bianco.
Il capo è imbrattato di rosso ed è parzialmente coperto, forse dal cuscino. E le sue mani? Appoggiate sul petto... e c’è una pistola. E’ una canna nera dal palmo destro. E c'è sangue anche sul cappuccio in corrispondenza dei due fori: quello d’entrata… distruttivo… mortale. E quello d’uscita con l’ogiva della pallottola conficcatasi nella spalliera di legno pregiato del letto.L’illuminazione artificiale è accesa nonostante siano le 10.30 del mattino, nonostante entri abbastanza luce dalle persiane affacciate sul plumbeo della città. Lo senti? C’è un cd dei Man at Work che spande musica e che si ripete e si ripete, come una sorta di esoterica nenia, che si ripete e si ripete ancora a causa dell’auto-reverse. Note che si coagulano come il sangue della vittima, in sinergia con il fumo stagnante di sigaro. Probabilmente di un “cubano”.

Questo il quadro che si presentò ai cinque sensi del Pubblico Ministero, il dottor Erminio Taddei, in via del Risorgimento, 52… nell’abitazione della vittima. E la vittima era quel corpo finito. Era stato Remolo Gambin. Un uomo d’alta Finanza. L’uomo della Milano bene…“Ferita d’arma da fuoco parieto occipitale sinistra…”, gli confermò una voce consumata accanto al comò. Quel ridicolo parrucchino ambulante appoggiato su un’ottantina di chili portati davvero male, era il medico legale... e aggiunse, sgranocchiando dei pistacchi scusciati… “...a sinistra il foro d’uscita”.
“Mi raccomando! Badate a sequestrare la pistola, gli indumenti, le cartucce, la fondina, quel biglietto laggiù sul comò e quant’altro riteniate necessario”.
“Va bene dottò…”
“Taddei, maresciallo… mi chiami Taddei. Ah, maresciallo, date assoluto divieto d’effettuare alcuna operazione di pulizia sulla salma… divulgate quest’ordine al personale del Policlinico che lo prenderà in carico… mi raccomando Tosi”.
“Prima la scientifica, dottò?”
“Già, prima o poi alla scientifica, marescià…” e il PM sorrise con un senso di divertimento caduto a vuoto, e uno strano prolungato sguardo s’impossessò dei suoi occhi umidi. Poi uscì dalla camera e fu avvicinato da una donna. Da Esperia Gambin.
“Dottor Taddei, il suicidio di mio padre non deve restare impunito… e lei sa a cosa mi riferisco… lo scandalo non si può evitare. Ma lei colerà a picco assieme alla baracca se non si trova un ‘responsabile’”.
“Mmm… incaricherò il migliore investigatore. Sarà Gianfranco Falchi a condurre le indagini”, e indicò una figura alta e benfatta, ad una decina di metri da loro.” L’uomo doveva avere al massimo trentasei anni, e si muoveva con noncuranza in mezzo ai militi dell’arma dei carabinieri. E il dottor Taddei aggiunse un “La polizia è più indicata in questo genere d’indagini… meno fronzoli e più risultati.”
Ma c’era un rito di perplessità e falso dolore negli occhi di Esperia Gambin, che il PM male interpretava. Così che egli dovette dire qualcos’altro prima di congedarsi dalla donna: “Vada tranquilla Esperia, sarà fatto il possibile per salvaguardare la reputazione di suo padre… l’ispettore Falchi è dei nostri.”

Sangue dappertutto, nell’animo di Gianfranco Falchi… sangue morale che imbratta più di quello vero…L’ispettore Falchi è stato appena informato. Le spalle cadenti, se n’esce nauseato da quella casa… scende le scale di pregiato granito e profumate dai soldi e intossicate dal fumo sigaro che dall’appartamento si è propagato oltre. E l’ispettore passa davanti alla portineria vuota e si fa strada tra i curiosi riunitisi nell’androne. Poi si rivolge ad una divisa blu nel frastuono… la saluta, cirondato dalla folla.E Click e flash ovunque.
Farfuglia qualcosa come “…Fate largo… fate passare ... non abbiamo dichiarazioni da rilasciare… fate passare…” Quindi parla in direzione di un suo collega, ma deve alzare la voce, irritata da un bruciore acuto “ Totò disperdi i curiosi e la stampa, ma prima fate le fotografie dei presenti e identificate i sospetti… fammi avere le deposizioni che il Tommasi sta raccogliendo…e le voglio sul mio tavolo per questo pomeriggio…”
“Ispettore cosa ci può dire?”, insistette un giornalista con in mano un “aiwa voice sensor recording”. E aggiunse “…è confermata la tesi del suicidio?”
“Al momento gli elementi a nostra disposizione non c’inducono ad imboccare una sola strada. Al contrario, gli indizi sono molteplici e al vaglio degli inquirenti. Attendiamo gli esami di laboratorio sui reperti rinvenuti e solo dopo i risultati della necroscopia il PM in persona rilascerà una conferenza per la stampa nella sala riunioni della Regione. Sarete tutti invitati, naturalmente…”
“S’è parlato di tangenti milionarie e di un amante omosessuale che possa avere delle responsabilità oggettive nella prematura scomparsa del Gambin… ce lo conferma?”
“Non so dove attingiate le vostre informazioni signori. A me non risulta.”
“Ma non lo esclude?”
“Le indagini ruoteranno a trecentosessanta gradi… escludendo o confermando qualcosa potrei solo ingenerare confusione, all’armare l’opinione pubblica, o compromettere fin d’ora gli esiti investigativi. Spiacente, ma non posso e non ho altro da dire!" E l’ispettore si volta verso Totò con uno sguardo smarrito e con uno strano briluccichio. E' una specie di una richiesta d’aiuto.
“Fate largo, fate passare l’ispettore Falchi…”
“E che ci dice sugli illeciti che ruotano intorno alla sanità lombarda? Il Gambin era coinvolto? …Ispettore… ispettore?!"
Ma l’ispettore è solo una figura di spalle che si allontana. Finalmente fuori, si lava da dosso la puzza di puritanesimo e il soave odore di morte di cui la casa del Gambin era pregna. E davanti a lui c’è un piccolo parco grigio e scolorito. Ma quei quattro alberi secchi, e il frastornare del traffico e i gas di scarico sono meglio di casa Gambin.
“Già!”, esclama Gianfranco, accompagnandosi con gesti rallentati e di riflessione.

Cazzo cazzo cazzo…
Sangue dappertutto… anche nell’animo.
Gianfranco Falchi si sistemò la sciarpa rossa intorno alla gola irritata e si tirò su il bavero nero del cappotto. Come per erigere una barriera tra se e la realtà. Ma voleva soltanto proteggere la sua laringe dal freddo cianotico e polveroso di Milano…Lo sguardo triste e assente che i passanti potevano leggere nei occhi dell’ispettore non era depressione. Forse era qualcosa che si avvicina alla disperazione, ma non era angoscia… Era lo stato normale di un poliziotto … Ma celava qualcosa di più sottile: l’animo di chi ne ha viste tante, ma che però deve continuare a vederne. E queste “tante” deve combatterle, e deve far finta di conviverci, e talvolta si vede costretto a sporcarsi le mani per risolverle… in un modo o nell’altro. Quel freddo inverno non era percepito dai milanesi come l’"Invern0", ma piuttosto come una sorta d’anestetico… era un modo per rallentare la freneticità della vita fatta d’appuntamenti, incontri di lavoro, affari e occasioni, bidoni e solitudine, tra una corsa di tassì e una fermata dell’autobus con poche parole e nessuna voglia di parlare…
Il freddo rallentava i bruciori dello stress. Ma non placava Gianfranco Falchi… Rallentò il passo e si fiondò nella sua Hyundai. Era un coupè 1600 antracite. O un micalizzato di quella tonalità. Partì.
A quell’ora Milano era un muro infinito d’auto e di benzene, d’ossido di piombo e rumore…. Semafori. Ora semafori verdi… poi rossi e gialli… Semafori orinati da cani. E cani bastonati da uomini…. questa era Milano. Milano era anche in periferia… ed era senza verde e senza speranza. Grigia e puzzolente. Rumorosa, ma stranamente gentile. E fredda. Anche d’estate. Ma Gianfranco Falchi preferiva questa Milano. E la puzza dello smog era più sopportabile quando gli affibbiavano casi meschini come quello di Gambin.
L’ispettore Falchi girovagò per un tempo indefinito e volutamente non calcolato, senza interessarsi ad una meta e senza badare al traffico o alle strade che doppiava. Parcheggiò la macchina in Via Ferrari e si fermò per una colazione al suo solito ritrovo. Puntò verso il bancone in fondo a destra, nella luce calda e diffusa del locale.
“Salve ingegnere, il solito?…”
“Magari lo fossi … ingegnere, intendo... non mi troverei così incasinato, Giorgio. Sono invece un semplice ispettore che ucciderebbe la suocera per non farsi scoprire a letto con l’amante e che squarterebbe l’amico della moglie lesbica per non farsi beccare con la suocera…”

Il barman fece un largo sorriso, come per dare ad intendere d’aver colto il senso dell’humour macabro di Falchi.
“Dammi anche una ricarica per il cellulare… devo rimpiazzare il medico legale…”
“Intende farlo fuori?”
“Che hai capito… solo chi so io può darmi una mano per il nuovo caso…”
“Ispettore, perché mi racconta tutte qu--*este cose?"
“Perché sei un tipo riservato, e perché non fai troppe domande… e io ti dico quello che voglio.” Poi Gianfranco si rese conto che quella frase “solenne” non era sufficiente, quindi aggiunse “…Sono cose che non ti spiego completamente… non ti sarebbero d’alcuna utilità. In ogni caso…”
Prese da bere e se lo portò qui, nell’angolo estremo del bancone, isolandosi da tutti, facendo scomparire volti e voci, e sangue. Lontane e ovattate, solo le grida di una puttana ubriaca che doveva avere anche delle turbe psichiche. Gianfranco Falchi cavalcò la coda del tempo e si lasciò assorbire totalmente dai suoi pensieri... non gli avevano dato scadenze e urgenze… ma Gianfranco sapeva che da quest’indagine dipendeva tutta la sua carriera.
Il cadavere c’era… ora bisognava trovare il primo "coglione" al quale appioppare il suicidio…

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LA PAZZIA

LA PAZZIA
è la normalità...

Ti regalerò una rosa

di Simone Cristicchi Ti regalerò una rosa Una rosa rossa per dipingere ogni cosa Una rosa per ogni tua lacrima da consolare E una rosa per poterti amare Ti regalerò una rosa Una rosa bianca come fossi la mia sposa Una rosa bianca che ti serva per dimenticare Ogni piccolo dolore Mi chiamo Antonio e sono matto Sono nato nel ’54 e vivo qui da quando ero bambino Credevo di parlare col demonio Così mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio Ti scrivo questa lettera perché non so parlare Perdona la calligrafia da prima elementare E mi stupisco se provo ancora un’emozione Ma la colpa è della mano che non smette di tremare Io sono come un pianoforte con un tasto rotto L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi E giorno e notte si assomigliano Nella poca luce che trafigge i vetri opachi Me la faccio ancora sotto perché ho paura Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura Puzza di piscio e segatura Questa è malattia mentale e non esiste cura Ti regalerò una rosa Una rosa rossa per dipingere ogni cosa Una rosa per ogni tua lacrima da consolare E una rosa per poterti amare Ti regalerò una rosa Una rosa bianca come fossi la mia sposa Una rosa bianca che ti serva per dimenticare Ogni piccolo dolore I matti sono punti di domanda senza frase Migliaia di astronavi che non tornano alla base Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole Mi fabbrico la neve col polistirolo La mia patologia è che son rimasto solo Ora prendete un telescopio… misurate le distanze E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso? Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare Eri come un angelo legato ad un termosifone Nonostante tutto io ti aspetto ancora E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora Ti regalerò una rosa Una rosa rossa per dipingere ogni cosa Una rosa per ogni tua lacrima da consolare E una rosa per poterti amare Ti regalerò una rosa Una rosa bianca come fossi la mia sposa Una rosa bianca che ti serva per dimenticare Ogni piccolo dolore Mi chiamo Antonio e sto sul tetto Cara Margherita son vent’anni che ti aspetto I matti siamo noi quando nessuno ci capisce Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce Ti lascio questa lettera, adesso devo andare Perdona la calligrafia da prima elementare E ti stupisci che io provi ancora un’emozione? Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare